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Sono passati quasi due mesi dal 17 maggio, giorno del terribile incidente che sarebbe poi costato la vita al campione del mondo della MotoGp Nicky Hayden. In questo periodo c’è stato tempo per famiglia e fan per salutare degnamente the Kentucky Kid, ma anche per i legali per preparare quella che si preannuncia come una lunga battaglia legale. Come annuncia questa mattina il Resto del Carlino, la famiglia del motociclista avrebbe inviato una richiesta di risarcimento all’investitore. Una doccia fredda per il 30enne di Morciano, già indagato per omicidio stradale, da pochi giorni rientrato a lavoro dopo il duro choc subito.

La famiglia di Hayden si è affidata all’avvocato riminese Moreno Maresi e sarebbe stato proprio lui – secondo le indiscrezioni del Carlino – ad inviare pochi giorni fa la lettera di risarcimento all’investitore che avrebbe già preparato la sua linea difensiva affidandola all’avvocato Pierluigi Autunno.

Nella giornata di ieri si è conclusa la fase di rilevamenti e perizie sui due mezzi coinvolti nello scontro. La bici e la vettura sono stati infatti restituiti alle parti dopo essere state studiate a fondo da periti ed esperti. Tra questi anche i periti di parte, la famiglia di Hayden ha incaricato Mattia Strangi ingegnere e docente universitario, la Procura di Rimini ha scelto il perito industriale Orlando Omicini, ex agente della stradale ed esperto nella ricostruzione dei sinistri, l’incarico della difesa è andata invece ad Alfonso Micucci, anche lui ingegnere e docente all’Università di Bologna.

Proprio dall’esito delle perizie si giocherà molto di questa vicenda legale. La ricostruzione esatta di ogni dettaglio dell’incidente sarà determinante. Se da un lato la dinamica sembra essere molto chiara, con la bici di Hayden che sbuca all’improvviso non dando la precedenza all’incrocio tra le vie Tavoleto e Ca’ Raffaelli, rimane da definire quale fosse la velocità della Peugeot al momento dell’impatto e quanto questo abbia influito sulla dinamica e sulle responsabilità del trentenne morcianese. Secondo l’accusa l’auto viaggiava ad 80 km/h in un punto dove il limite è di 50.

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