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Matteo aveva 26 anni, studiava all’Università di Genova, viveva con la nonna e amava viaggiare con la sua fidanzata, il basket e la street art.

D. C. aveva solo 20 anni, studiava Scienze Biologiche all’Università Tor Vergata di Roma, non ha lasciato neanche un biglietto d’addio per spiegare il suo gesto.

Maurizio aveva 26 anni e studiava Ingegneria Meccanica all’Università di Roma Tre, viveva con il fratello ed era originario di Potenza.

Matteo, D.C e Maurizio hanno deciso di farla finita.
Di ragazzi come loro ce ne sono tanti. Ragazzi all’apparenza felici e soddisfatti, ma che nascondono un segreto terribile: una carriera di esami falliti nascosti ai genitori, convinti che il loro figlio sia ormai in procinto di laurearsi.
“Scusatemi se vi ho deluso”, ha lasciato scritto Matteo alla nonna e alla fidanzata. La paura di non essere all’altezza, il timore di deludere tutti, l’insostenibilità delle pressioni: sono tanti i disagi che possono affliggere uno studente.
I suicidi tra gli studenti universitari sono in aumento in Italia e nel mondo. Per cercare di spiegare questo fenomeno abbiamo fatto qualche domanda a Donatella Romanelli, psicologa e psicoterapeuta a contatto con i temi adolescenziali.

Una recente ricerca del College Degree Search ha rivelato un dato agghiacciante: in America, uno studente su 12 ha pianificato il suicidio a un certo punto della sua carriera universitaria, e il suicidio è la seconda causa di morte tra gli studenti universitari. Come si spiega questo fenomeno?

Riuscire a spiegare quali sono i fattori che spingono un giovane a desiderare la morte può essere difficile, bisogna prendere in considerazione diversi aspetti che a volte vanno a intrecciarsi tra di loro. Prima di tutto bisogna considerare l’età a rischio di questi ragazzi per la delicata fase del ciclo di vita che stanno affrontando. Solitamente sono ragazzi tra 18-25 anni, quindi dei giovani adulti che non hanno ancora compiuto pienamente il processo di separazione e individuazione dalla loro famiglia iniziato in adolescenza: questo significa che la loro identità non è ancora stabile, questo li porta a sentirsi maggiormente fragili e vulnerabili.

A questi cambiamenti psicologici si aggiungono i cambiamenti biologici delle strutture cerebrali: durante l’adolescenza il cervello inizia a modificarsi, l’aria limbica deputata alle emozioni è molto più grande della corteccia prefrontale deputata al ragionamento e al controllo. Questo sbilanciamento tra le aree provoca una maggiore impulsività. La piena maturità del cervello avviene dopo i vent’anni.
Fatta questa premessa, possiamo supporre che in una fase di grandi cambiamenti e turbamenti psicologici e biologici non è sempre facile affrontare un contesto universitario che porta il ragazzo a confrontarsi con un mondo adulto che gli richiede delle responsabilità.

Maurilio Masi, lo studente di Ingegneria suicida a Roma Tre
Maurilio Masi, lo studente di Ingegneria suicida a Roma Tre

Molte università americane hanno degli standard elevati, e tra gli studenti si genera a volte una forte competizione che può provocare un’ansia da prestazione, una paura del fallimento, il timore di deludere il contesto familiare che tanto ha investito nella laurea del figlio. Molti ragazzi possono non reggere la pressione e il peso di queste aspettative: magari sentono quel percorso universitario tanto desiderato dai genitori lontano da quello che loro realmente vogliono.
Tutto questo può portare a un senso di malessere, insoddisfazione, infelicità da tenere ben nascosta e che si tende a celare proprio per non ammettere le proprie fragilità e per la paura di deludere.
In molti casi il disagio psicologico che il ragazzo vive c’era anche prima di iniziare l’Università, ma tende ad acutizzarsi sotto il peso di un percorso che non si riesce a sostenere: il suicidio appare così come l’unica via possibile per liberarsi di uno stato d’animo insopportabile.

Capita spesso di sentire casi di studenti universitari che hanno compiuto il suicidio per paura di confessare a parenti e amici di essere rimasti indietro con gli esami. La paura dell’umiliazione può spingere fino a un gesto così estremo? 

L’umiliazione associata al senso di vergogna è un fattore importante di cu tenere conto. Molti ragazzi avertono un senso di responsabilità totale nei confronti di quello che li circonda e si sentono inadeguati rispetto alla vita. Rimanere indietro con gli esami o non sostenerli affatto genera la sensazione di non essere all’altezza della situazione e di creare dispiacere e umiliazione negli altri.

Alcuni ricercatori, come la famosa psicologa Alice Miller, puntano il dito contro le aspettative troppo alte dei genitori: crede che le pressioni familiari possano essere un fattore di influenza?

Le pressioni familiari possono agire anche a livello inconscio. Alice Miller sostiene che molti genitori non riescono a percepire il figlio per quello che realmente è, ma gli attribuiscono in modo inconscio un ruolo per assecondare i propri bisogni. Questi processi che si sviluppano sin dalla prima infanzia fanno sì che il soggetto, per avere comunque l’amore del genitore e per non sentirsi solo, sviluppi delle capacità di adattamento che lo portano a sviluppare un falso sé a discapito di un vero sé. Quindi molti bambini, per conformarsi alle aspettative dei genitori, rimuovono i loro reali bisogni di attenzione e comprensione e imparano a reprimere le proprie reazioni emotive nell’infanzia e poi nell’età adulta.

Quali fattori possono aumentare il rischio suicidio?

Alcuni fattori di rischio vanno ricercati in alcune patologie quali depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbi di personalità (es. disturbo borderline), schizofrenia, dipendenza da sostanze e alcol, disturbo del comportamento alimentare.
Altri fattori sono più legati all’ambiente socioculturale: mancanza di sostegno sociale, isolamento, difficoltà nel ricercare cure per la propria salute mentale.
Altri fattori importanti sono: età del soggetto (l’età tra 15 e 24 anni è un’età a rischio), scarsa autostima, fragilità, la mancanza di prospettive future, pensare di non avere una via di fuga, impulsività, isolamento sociale, sentire un senso di vuoto, ma anche la familiarità, cioè l’aver perso un familiare per suicidio è un fattore di rischio.

Cosa possono fare i genitori per cercare di prevenire una situazione del genere?

I genitori devono cercare di porre attenzione ai messaggi che il ragazzo manda senza sminuire quello che comunica. Attenzione a frasi del tipo: “non vorrei essere qui, vorrei essere morto”, “non ce la faccio più”, “gli altri staranno meglio senza di me”. Stare attenti all’isolamento dagli amici e dalla famiglia: il ragazzo potrebbe isolarsi perché non si sente compreso e preferire passare tutto il giorno chiuso in casa senza volere uscire.
Altri aspetti da non tralasciare sono l’utilizzo improprio di alcuni oggetti come le corde, rasoi e pillole e una maggiore trascuratezza, come la scarsa igiene.
Il ragazzo sta comunicando una sofferenza che richiede un ascolto empatico da parte dei genitori, che dovrebbero proporre al ragazzo di intraprendere un percorso di psicoterapia.

Spesso i servizi di psicologia delle Università sono a conoscenza di casi “a rischio”, ma non possono contattare le famiglie dei ragazzi maggiorenni per motivi di privacy. Si potrebbe fare qualcosa per modificare questa situazione? 

Questo è un aspetto molto complesso della questione. Non so se nel concreto si possa fare qualcosa per modificare tale situazione. Ritengo che sia difficile non avvisare una famiglia se si percepisce che il ragazzo sta pianificando il suo suicidio e che è probabilmente in pericolo. In qualche modo bisognerebbe considerare un livello-soglia di gravità che, se oltrepassato, permetta di avvertire le famiglie. D’altro canto le famiglie non possono delegare la sicurezza dei propri figli ad altri, ma devono essere in grado di assumersi una responsabilità fatta di presenza, ascolto, affetto e accoglienza.

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