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Roma, via Gianicolense. Sono le cinque del mattino e dietro l’ospedale San Camillo non è ancora spuntato il sole. Varco il cancello ed entro al primo padiglione alla ricerca del reparto di ginecologia, dopo la pronuncia del Consiglio d’Europa sulle difficoltà di applicazione della 194 in Italia voglio saperne di più e ho deciso di andare a vedere con i miei occhi di che si tratta.

“Dov’è il reparto di ginecologia dove fanno l’Ivg (interruzione volontaria di gravidanza)?”, chiedo all’ingresso a un uomo della sicurezza. Mi risponde in maniera strana. “Guarda chiedi al cancello – dice – ti dicono tutto loro”. Non capisco ma faccio come vuole, esco, torno al cancello e domando in guardiola. Dentro c’è una donna. Rifaccio la stessa domanda. “Ginecologia? – ripete lei – Segui il viale alberato, alla fine volta a sinistra. L’ultimo padiglione”.

Seguo le indicazioni, ci vuole un po’ ad arrivare, è ancora buio e di fronte al padiglione i lampioni illuminano l’ingresso. Al lato, qualche metro sulla destra, una rampa di scale in ferro come quelle di emergenza porta al piano interrato. La guardia all’ingresso del padiglione mi indica quel punto e con lui un cartello con su scritto: “Ivg (legge 194)”. Il posto è questo.

Mi avvicino alle scale e faccio per guardare sotto, il reparto è ancora chiuso e dietro una grande porta finestra le luci sono spente. Qui è dove la sanità italiana garantisce il diritto all’aborto: in un angolo nascosto del padiglione.

Sono le cinque e mezza, i primi raggi di luce iniziano a schiarire il cielo e sulla scalinata in ferro siedono due ragazze rannicchiate per il freddo che confabulano tra loro a voce bassa, visto che il reparto è chiuso devono stare fuori. Per fortuna non è inverno.

Mi avvicino e timidamente domando l’ovvio: “Siete qui per..?”. Non finisco la frase che alzando la testa le ragazze annuiscono. Mi presento e spiego perché sono lì: “Mi hanno detto che per capire veramente cosa vuol dire abortire in Italia sarei dovuto venire qui la mattina presto a vedere”.

Abortire a Roma non è impossibile, in altre regioni e soprattutto al sud le cose sono peggiori. Secondo la legge la scelta spetta alle donne, ma come spesso accade in giurisprudenza la norma ha sempre un livello formale e uno sostanziale; e in sostanza l’obiezione di coscienza pone parecchi limiti alla piena applicazione della 194. Regioni come la Basilicata hanno l’85% di obiettori tra i medici ginecologi, ma non solo tra loro, perché a obiettare sono anche anestesisti, infermieri e portantini. Un medico che non obietta deve operare da solo, passarsi i ferri, anestetizzare il paziente, operarlo, riportarlo in reparto e ripulire la sala operatoria – forse ho esagerato un po’. Però l’obiezione non è l’unico ostacolo: un secondo impedimento è la mancanza di informazioni.

Di fronte a me ho un esempio della realtà delle cose: due coinquiline napoletane che lavorano e vivono a Roma, almeno cinque o sei coppiette di età assortita, lo stesso numero di donne oltre la trentina, mamme e figlie varie, e poi ci sono io.

Alle sette e mezza del mattino, dopo più di due ore passate nel giardino di fronte al padiglione di ginecologia, siamo ormai una ventina di persone in attesa davanti alla porta. Un foglio A4 attaccato al vetro con delle frasi evidenziate in verde ricorda i documenti che bisogna avere per essere accettati in Dh (day hospital): documento d’identità e i risultati del test, altrimenti bisogna ritornare. Accanto un foglio più piccolo riporta gli orari del reparto: apertura alle 8. “Allora – mi domando – perché siamo venuti tutti qui alle cinque se apre come qualsiasi ufficio pubblico?”.

La risposta è semplice: girano molte leggende su questo posto e una di quelle è che vengono accettate solo dieci donne al giorno. Venire prestissimo, all’alba, quando il reparto è chiuso, è un modo per assicurarsi il posto. Ma l’attesa è snervante e io non sono in stato interessante.

Mentre fumo un’altra sigaretta aspettando che passi l’ultima mezz’ora, tra le donne inizia la conta per ricostruire l’ordine di arrivo. “Io sono la prima, lei è dopo di me e loro due sono le ultime”, dice una. “No io sono venuta dopo di loro, ma prima della signora”, dice un’altra. “Sì, ma io ho un appuntamento”, dice una signora sulla trentina sventolando un foglio che tiene stretto in mano. “Lei ha l’appuntamento?”, dice una ragazza dietro di me. “E a che ora?”, continua. “Alle otto”, le risponde la signora col foglio. “Anche io”, replica l’altra.

Faccio due chiacchiere qua e là con le ragazze per capire chi le ha indirizzare in questo posto, perché mi sembra di capire che c’è un po’ di confusione. “Il centro di analisi mi ha mandato qui dicendo di venire presto perché solitamente c’è una fila pazzesca”, dice una delle due ragazze che prima sedeva sulla scalinata. “Io ho un appuntamento alle 8, me l’hanno fissato al consultorio”, dice un’altra. “Io ho già fatto tutte le visite e oggi devo solo fare l’operazione”, dice un’altra ancora.

Nonostante sia qui da un paio d’ore non ho ancora capito bene quale sia il criterio e tra le ragazze c’è molta confusione, nessuna sa più dello stretto necessario: che è incinta e che lì possono aiutarla. Alla fine mi spiega tutto la signora di mezza età con l’appuntamento: “Non tutte le ragazze che vedi qui le manda il consultorio – mi spiega – molte le manda direttamente il centro analisi dove fanno il test. Chi, però, dopo averlo fatto, si rivolge al consultorio arriva qui direttamente con un appuntamento per fare l’operazione in mattinata. E può venire con calma. Chi invece non si è rivolto al consultorio deve fare tutto l’iter: rifare le analisi, il colloquio con lo psicologo, far passare i sette giorni legali e infine fissare l’appuntamento. E deve fare la fila”.

Insomma, come da migliore tradizione italiana il sistema è labirintico e nel tentativo di capirci qualcosa il rischio di perdersi è elevato. Ci si limita a pensare: “Tanto c’è la 194!”. Ma all’atto pratico la 194 non salvaguarda da questi problemi: un po’ d’informazione gioverebbe. Informazione che dovrebbe dare la struttura ospedaliera e prima di lei le istituzioni, a partire dalla scuola. Forse, chissà, introdurre l’educazione sessuale tra le materie didattiche aiuterebbe. Non so dirlo.

Quello che so è che questa mattina ho visto una ventina di donne fare richiesta di un servizio che le spetta di diritto e riceverlo nelle peggiori condizioni possibili. E non per colpa dell’ospedale, anzi alla struttura va un encomio, proprio perché, come impone la legge, garantisce il servizio e si fa carico delle mancanze di chi non lo fa. Tutte quelle donne, provenienti dai quattro angoli di Roma, non avrebbero fatto file o atteso ore di fronte a una porta chiusa e in mezzo alla strada se in tutti gli ospedali fosse garantito un equo rapporto tra obiettori e non obiettori.

La ministra Lorenzin ha risposto alle critiche del Consiglio d’Europa dicendo che i dati presi a riferimento dalla corte sono vecchi e che oggi le cose sono cambiate. Forse è vero, i dati sono vecchi. Resta comunque il fatto che fare un aborto in Italia non assomiglia neanche lontanamente a una passeggiata, forse più a una maratona. E se la ministra si dispiace per le critiche ricevute le consiglio di farsi un giro domattina alle cinque al San Camillo, potrebbe trarne ispirazione.

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