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Ambiente, territorio, inquinamento, lavoro e strategia energetica: il referendum sulle trivelle è questo e altro.

Domenica 17 siamo chiamati alle urne a decidere sul futuro delle concessioni in scadenza nel 2016 delle piattaforme entro le 12 miglia dalla costa italiana. Il referendum decreterà definitivamente se vogliamo staccare la spina agli impianti attualmente esistenti oppure se lasciarli in funzione fino a esaurimento naturale del pozzo.

Questa decisione non esaurisce il suo valore alle trenta o poco più piattaforme interessate, ma avrà effetti più ampi che si propagheranno sulle scelte che la politica dovrà fare: primo tra tutti segnare, con la forza della volontà popolare, la direzione che questo paese vuole prendere in fatto di energia.

In molti si sono accorti del valore di questa decisione e da settimane sui giornali gira qualsiasi opinione, ovviemente tutte discordanti.

Partiamo dal comitato NoTriv che, assieme ai Cinque-stelle, Sel, Lega e Forza Italia, sono i primi ad aver fatto del una questione strategica per cambiare rotta alla politica energetica del paese, legata ancora al fossile

Dalla parte del No, invece, Ncd e Scelta Civica, che si dicono preoccupati delle possibili ripercussioni del referendum in termini di posti di lavoro.

Poi c’è il paradosso Pd, dove la maggioranza del partito e il Governo invitano ad andare al mare, mentre la minoranza ricorda che il voto è la massima espressione civica e a marinare i seggi si fa peccato oltre che spreco. Insomma, ognuno dice la sua.

In mezzo a questa confusione ovvimente ci siamo noi, gli elettori. Cosa avrà capito la gente normale di questa tornata referendaria? Saranno i cittadini all’altezza di una scelta decisiva come quella che ci attende?

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