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Nell’universo della reclusione, c’è un tempo che vive di gesti ripetitivi ed è scandito all’interno di spazi ristretti. Dove la condivisione di un ambiente, quello carcerario, asseconda un ritmo che conoscono fino in fondo solo coloro che quotidianamente si trovano ad attraversarlo, agenti e detenuti. Eppure, se è vero che le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato», come recita la Costituzione, assumono rilievo meccanismi che vanno oltre l’aspetto della limitazione della libertà.

Fra le attività in grado di fare leva su un’inversione del punto di vista, ci sono i laboratori teatrali. Tradizionalmente, infatti, i detenuti sono oggetto di osservazione. Con l’esperienza teatrale in carcere, la prospettiva visuale cambia fino a consentire loro di divenire osservatori. Ciascuno con la propria storia da raccontare. Una sorta di grimaldello, dunque, che ribalta una condizione perennemente sospesa. Fra le diverse esperienze laboratoriali diffuse nelle realtà carcerarie italiane, c’è posto anche per quella nella Casa circondariale di Forlì, ad opera dell’associazione ‘Con… Tatto’, che da una decina d’anni si occupa di progetti a favore di persone in esecuzione penale, del loro reinserimento sociale e del sostegno alle loro famiglie. Un’associazione che fa parte del Coordinamento teatro carcere Emilia Romagna. E a raccontare l’esperienza dei laboratori teatrali è Lisa Di Paolo, collaboratrice della progettazione di ‘Con… Tatto’.

Dal 2010 si svolgono attività di laboratorio teatrale nella sezione maschile della Casa circondariale di Forlì. Come si articola il progetto?
«Il progetto è partito come corso di formazione e poi, con il trascorrere del tempo, è diventato un’attività stabile. A condurre il laboratorio c’è Sabina Spazzoli che, oltre a essere una nostra volontaria, è attrice e regista. Insieme a lei, ci sono altri due, tre volontari. Si comincia scegliendo il testo da proporre ai detenuti. Poi saranno loro a confrontarsi con gli argomenti richiamati dall’opera e a scrivere alcuni testi che comporranno lo spettacolo. Spettacolo che verrà messo in scena, all’interno della Casa circondariale, alla fine del semestre di attività».

Qualche esempio?
«Quando è stato messo in scena ‘Pinocchio’, il tema delle bugie e della verità è stato affrontato inizialmente con alcuni giochi di scrittura creativa. Nel caso del lavoro ispirato al poema ‘Gerusalemme liberata’, sono state toccate tematiche come la guerra, o il distacco dalla propria terra».

Come si pongono i detenuti nei confronti di questa esperienza?
«C’è un primo momento un po’ scioccante, quando si trovano a scrivere e sono chiamati a mettersi in gioco. Alcuni di loro aderiscono a questa, come ad altre attività, per rompere la routine e per non rimanere in cella. C’è anche chi non regge la fatica e abbandona. Ma il laboratorio è comunque un’esperienza molto partecipata. E il loro approccio è propositivo. E poi c’è lo spettacolo finale dove si crea un vero e proprio clima di festa».

In che misura le loro storie incidono nello svolgimento del laboratorio?
«Incidono molto. Scrivere i testi che poi saranno messi in scena è uno strumento per parlare di loro, per raccontarsi».

Ogni quanto tempo si svolgono gli incontri?
«Gli incontri hanno luogo due volte a settimana. E ogni incontro è della durata di circa quattro ore».

Perché è importante il teatro in un luogo come il carcere?
«In un certo senso, il teatro è uno strumento con cui i detenuti fanno finta di essere altro, ma in realtà sono stessi. Scrivono pezzi di verità che poi verranno raccontati da altri. Una sorta di elaborazione senza esplicitazione. Fare finta di fare finta. Come se si compisse una doppia finzione».

Il prossimo appuntamento per l’anno in corso?
«Stiamo per partire fra poco. E lo spettacolo è previsto per il mese di luglio».

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