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di Giuseppe Malaspina

Se a ogni diritto corrispondesse una tessera del gioco del domino, a disporsi davanti a tutti gli altri sarebbe la residenza. Qualora essa cadesse, infatti, la reazione a catena non risparmierebbe alcun tassello successivo. Nell’ordine precipiterebbero il diritto al voto, l’assistenza sanitaria (eccetto il servizio di pronto soccorso), il diritto al lavoro, la pensione. Una discesa progressiva e inarrestabile che confinerebbe il malcapitato al di fuori di un’esistenza libera e dignitosa.

Ad accorgersi dell’importanza cruciale della residenza anagrafica è stata una realtà nazionale che ormai da tre lustri si adopera gratuitamente per la tutela legale delle persone senza fissa dimora. Di coloro, cioè, che non possiedono neppure i requisiti minimi per accedere al gratuito patrocinio in un processo. Il progetto, a livello nazionale, ha recentemente compiuto quindici anni di attività. La storia dell’Avvocato di strada infatti risale al dicembre del 2000, sulla scia dell’esperienza dell’associazione Amici di Piazza Grande e delle sue iniziative sociali. Che spaziano da un giornale redatto e diffuso da persone senzatetto, a una compagnia teatrale, fino a un progetto di formazione legato a una sartoria. A fondare e promuovere il primo sportello dell’Avvocato di strada, a Bologna, è Antonio Mumolo. Dopo essersi reso conto di quanta «fame di diritti» fosse presente in strada, fra chi è sprovvisto della residenza o è stato cancellato dalle liste anagrafiche, decide di dar vita a un servizio gratuito per fornire assistenza giuridica ai senza fissa dimora.

Con il trascorrere degli anni il servizio si espande sul territorio nazionale. Attualmente la realtà è diventata un’associazione che conta su quarantuno sedi in tutta Italia e sull’impegno di circa settecento volontari. A Ravenna, unica sede romagnola, lo sportello è attivo da quasi quattro anni, giovandosi della collaborazione con la Caritas diocesana. Il venerdì, dalle 15 alle 17, i legali volontari ricevono all’interno del Centro ravennate di solidarietà, in via Cavour 6. «L’apertura dello sportello nel giugno del 2012 – ricorda la coordinatrice locale Emanuela Casadio – è dovuta intanto a un inverno molto freddo che ha colpito la città nell’anno precedente. E poi a un convegno sul tema dell’emergenza immigrazione, dal titolo ‘Persone, non problemi’, promosso dal comitato ‘Rompere il silenzio’, nel marzo del 2012. Convegno al quale ha partecipato anche lo stesso Antonio Mumolo».

Una decina circa, con prevalenza femminile, gli avvocati e i praticanti legali che gratuitamente forniscono la propria assistenza giuridica nella realtà ravennate. «Un numero che in questi anni – continua la coordinatrice – si è mantenuto tendenzialmente stabile, considerando che ci sono avvocati che fanno servizio di sportello, e altri che si occupano di questioni collaterali. Per quanto riguarda la quantità di casi trattati, dall’apertura fino a oggi ne contiamo 450, in maggioranza con esito positivo. Le materie riguardano per lo più il diritto civile e il diritto amministrativo. Non sono tanti, invece, i casi di diritto penale». Alla domanda su come i clienti arrivino a bussare allo sportello, Emanuela risponde che «ormai siamo conosciuti, anche da istituzioni e assistenti sociali. Abbiamo un telefono di servizio, un sito internet, e poi c’è senz’altro il passaparola».

Per individuare una differenza fra chi bussava prima e chi si rivolge adesso al servizio, un ruolo determinante è connesso alla crisi economica. «Oggi – conclude la coordinatrice – sono molti di più i cittadini italiani, rispetto agli inizi. C’è sicuramente la crisi, che ha agevolato la nascita di nuove povertà, ma c’è anche il problema crescente delle ludopatie».

Situazioni che coinvolgono non più soltanto categorie tradizionalmente svantaggiate come alcolisti o tossicodipendenti. E che rischiano di degenerare nella perdita della residenza e, di conseguenza, nella scomparsa di una serie di diritti garantiti. Come il diritto alla salute, al di fuori del pronto soccorso, i diritti politici e quelli previdenziali, l’accesso al welfare locale. Con l’impossibilità di trovare un lavoro, o di aprire una partita Iva. Una situazione di paralisi, tuttavia ribaltata nel 2001 proprio dalla prima vittoria legale dell’Avvocato di strada, che rappresenta un prezioso riferimento giurisprudenziale nel riconoscimento del diritto alla residenza. Una pronuncia, infatti, in virtù della quale le persone senza fissa dimora potranno richiedere e ottenere la residenza nei dormitori pubblici, nelle sedi delle associazioni, o anche in vie fittizie istituite nelle città. E, riacquistati i diritti collegati, provare a reinserirsi nel mondo del lavoro. Nel caso di Ravenna, per esempio, l’Avvocato di strada è riuscito a iscrivere in via dell’Anagrafe, una via fittizia istituita dal Comune, alcune persone che si sono viste così riconoscere i propri diritti.

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