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Sono passati 25 anni, ma Bologna non dimentica la strage del Pilastro e i sette anni di sangue e terrore firmati dalla Banda della Uno Bianca. Era il 4 gennaio del 1991, quando, alla periferia di Bologna, il gruppo capeggiato dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi massacrò a colpi di mitra i tre giovani carabinieri in pattuglia Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. Un eccidio, quello del Pilastro, che rappresenta l’episodio più tragico della storia da incubo scritta da quel gruppo di poliziotti senza scrupoli che tra il 1987 e il 1994 fecero 24 morti e 102 feriti, assaltando supermercati, banche, caselli autostradali e distributori di benzina.

«Il tempo è passato ma per noi è difficile dimenticare una cosa così crudele, le nostre ferite sono ancora aperte». Lo dice all’Adnkronos Rosanna Rossi Zecchi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca e moglie di Primo Zecchi, vittima della banda, che lunedì mattina parteciperà alla messa per ricordare le vittime della strage del Pilastro a 25 anni dall’eccidio. «Mio marito è morto da 25 anni – aggiunge – ma non ci si può dimenticare una cosa del genere, persone che sono state ammazzate per il gusto di uccidere. Non lo auguro a nessuno. Ancora non mi spiego il perché di tanta cattiveria e di tanto accanimento, ma non lo facevano per soldi. Anche la sera che hanno ucciso mio marito hanno rapinato solo 600mila lire». «In questi anni sono morti il padre del carabiniere Andrea Moneta e la madre del collega Mauro Mitilini – continua Rosanna Rossi Zecchi – la gente sta morendo per le ferite che hanno inferto loro».

Fabio Savi durante il processo
Fabio Savi durante il processo

Il primo ‘colpò la banda lo mette a segno nel 1987. Da lì partono sette anni di sangue e rapine senza sosta, in cui vengono uccisi anche 5 carabinieri: oltre alle tre vittime del Pilastro, Cataldo Stasi e Umberto Erriu nel 1988. È la pagina nera, intrisa di sangue, firmata dai 6 membri della Banda della Uno Bianca: oltre ai tre fratelli Savi, Roberto, Fabio e Alberto, considerati i leader del gruppo armato, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Valicelli, considerato membro minore e unico che ha patteggiato tre anni e 8 mesi di carcere.

Valicelli è attualmente fuori dal carcere così come Gugliotta che, condannato a 28 anni di reclusione, poi ridotti a 18, è uscito nel 2008 grazie all’indulto e ai benefici per buona condotta previsti della legge. Stessa sorte, a quasi 30 anni dai fatti, toccata a Marino Occhipinti, l’ex agente della Questura di Bologna che ha ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia l’accoglimento della sua richiesta di semilibertà. Occhipinti fu condannato all’ergastolo per aver preso parte all’assalto del furgone Coop di Castel Maggiore in cui morì una guardia giurata. Il 25 agosto scorso l’ex poliziotto ha chiesto alla Corte d’Assise di Bologna di beneficiare a posteriori del rito abbreviato e di commutare così la condanna in trent’anni.

Richiesta respinta dalla Corte il 21 dicembre scorso. Niente sconto di pena quindi al momento per Occhipinti anche se il suo difensore ha già annunciato il ricorso in Cassazione. I tre fratelli Savi sono stati condannati all’ergastolo. Ma anche dal carcere i fratelli Savi hanno continuato in questi anni a far parlare di sé. Sdegno e incredulità ha investito, in particolare, l’associazione dei parenti delle vittime, presieduta da Rosanna Zecchi, quando nell’agosto del 2006, Roberto Savi ha presentato la richiesta di grazia al tribunale di Bologna, ritirata pochi giorni dopo dallo stesso detenuto in seguito al parere sfavorevole della magistratura.

Roberto Savi al momento della cattura
Roberto Savi al momento della cattura

Tra le notizie dal carcere dei banditi ci sono anche lo sciopero della fame di Fabio Savi che chiedeva di poter lavorare e il permesso premio concesso nel 2010 a Marino Occhipinti, per partecipare ad una Via Crucis nel padovano. Nello stesso anno in cui Alberto Savi chiese la scarcerazione. Ultima richiesta in ordine di tempo è stata quella di Fabio Savi respinta però il 3 dicembre 2014 dalla Corte d’Assise di Bologna. La difesa di Savi aveva infatti avanzato l’istanza di uno sconto di pena. Nella sua istanza Ada Maria Barbanera, avvocato dell’unico dei 3 fratelli che non è mai stato agente di polizia, faceva leva sulla possibilità di avvalersi a posteriori del rito abbreviato, citando a giurisprudenza la sentenza Scoppola della Corte europea dei diritti dell’uomo. La Corte però ha respinto l’istanza che, al momento stesso della presentazione in aula, venne giudicata inammissibile anche dalla Procura di Bologna.

Le indagini sui delitti dal banda, che colpì inizialmente solo caselli autostradali, poi banche, supermercati, uffici postali, negozi, ma anche campi come quello di Santa Caterina di Quarto e poi i militari dell’arma, apparvero da subito difficoltose. I killer della Uno bianca, forti dell’esperienza nelle forze dell’ordine, sapevano alla perfezione come agire e soprattutto come fuggire. Avevano dimestichezza con le armi, riuscivano ad evitare i posti di blocco, i controlli, possedevano informazioni riservate, e studiavano i piani di sorveglianza dei loro obiettivi per poi agire con azioni, di fatto, militari. Da professionisti. Questa caratteristica che consentì loro di agire indisturbati per 7 anni, è stata però anche l’elemento che ha permesso agli inquirenti di incastrarli e arrestarli.

Eva Mikula a processo
Eva Mikula durante il processo

Non a caso furono due poliziotti della Questura di Rimini, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, a dare l’attesa svolta alle indagini e a capire, per primi, che i killer senza volto potevano essere loro colleghi. Furono loro, insieme al giudice Daniele Paci, infatti, i primi a mettersi sulle tracce dei fratelli Savi. Sul caso indagarono senza successo la Criminalpol di Bologna e i carabinieri, ma le piste seguite, compresa quella mafiosa, si rivelarono tutte sbagliate. I due agenti riminesi, invece, misero insieme gli indizi, occupandosi del caso a tempo pieno e comprando addirittura un computer di tasca loro per condurre l’indagine dello Stato sullo Stato. La loro storia è contenuta anche in un libro di Marco Melega intitolato ‘Baglioni e Costanza, come due investigatori di provincia hanno risolto il caso della Uno biancà, edito da La Mandragora, la cui prefazione è di Antonio Di Pietro.

«Quando abbiamo scoperto che Roberto Savi era un poliziotto abbiamo avuto paura, per noi e per le nostre famiglie. Nessuno ci ha mai protetto. Poi ci hanno passato al setaccio. Se avessero scoperto una falla, ci avrebbero arrestato». Raccontano Baglioni e Costanza in un’intervista del 1997 a ‘Famiglia cristianà. Denunciando la mancanza di coordinamento tra gli inquirenti che si erano occupati del caso prima di loro, Baglioni e Costanza, spiegarono che «era possibile arrivare ai Savi molto prima. Il loro nome compariva in diversi rapporti e segnalazioni: nessuno li ha mai messi assieme e quindi non si sono fatti accertamenti». «La verità è che la Procura di Bologna seguiva la pista del clan dei catanesi e poi quella della quinta mafia del Pilastro. Questa era la vera copertura dei Savi. È il metodo che è sbagliato: non si deve lavorare per incastrare qualcuno ma per cercare di tenerlo fuori. Se non ci si riesce, – concludevano nell’intervista – vuol dire che è dentro».

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