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Le “scienze politiche”, tra le altre cose, studiano le democrazie e il modo in cui si compete per il potere. E allora che senso ha studiarle in un paese dove c’è un dittatore? Un ragionamento paradossale, ma che ha una sua logica in Uzbekistan, ex repubblica sovietica, dove dal 1991 grazie ad una serie di elezioni farlocche, al potere c’è Islam Karimov. L’accusa fatta alle scienze politiche e che è costata alla disciplina l’eliminazione dalle Università dello stato asiatico è di essere una “pseudoscienza” e di non tenere conto del “modello uzbeko”, perché condizionata da una letteratura troppo “occidentale”.

Tashkent
Un’immagine di Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan

E così negli scorsi mesi il ministro dell’Educazione ha firmato un decreto che depenna questa materia dai programmi universitari. Una decisione che non sorprende in un contesto come quello uzbeko. Ma non solo le scienze politiche sono finite sotto la lente del regime: l’Uzbekistan è noto anche per prendere di mira le pop star e altre personalità della cultura, perché considerate non sufficientemente “patriottiche”.

Ma la repressione del satrapo Karimov è capace di cose anche peggiori. Prigioni piene di oppositori politici, utilizzo della tortura contro i nemici del regime, corruzione dilagante. E non solo: milioni di cittadini sono costretti a partecipare alla raccolta di cotone sotto gli occhi di guardie armate per riempire le casse dello stato.

In un quadro come questo, dove la politica (intesa nel suo senso più alto) non esiste, non stupisce che il suo studio sia scomparso.  

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