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Pechino 24/08/2015 Campionati del mondo di atletica 2015 - IAAF World Championships 2015 - Foto di Giancarlo Colombo/A.G. Giancarlo Colombo

Uno, due, tre. Fassinotti, Rigaudo, Giorgi. Bastano cinque minuti per il naufragio definitivo di ciò che resta del vascello azzurro. La nave cola a picco, come le speranze di chi si augurava due miracoli tra marcia e alto per salvare la faccia di una spedizione non all’altezza di questi Mondiali. La settima giornata doveva essere quella delle consolazioni, per l’atletica italiana. E per almeno un’ora è stato così. Perché quando le marciatrici della venti chilometri sono uscite dallo stadio, qualche minuto dopo lo sparo, dietro alle due cinesi irraggiungibili e alla ceca Anezka Drahotova c’erano due azzurre in marcia per il podio. La prima era Elisa Rigaudo, che a 35 primavere e due figli aveva deciso di concedersi un altro sogno. La seconda era Eleonora Giorgi, 26 anni, nel pieno delle forze e pronta a prendersi la prima medaglia su un grande palcoscenico. Erano loro a fare la gara, insieme all’ucraina Lyudmila Olyanovska. Ed erano loro ad andare a prendere Drahotova (che ha chiuso ottava, ha vent’anni ed è fortissima ma piuttosto spregiudicata) per poi saltarla.

Di fatto, a metà gara la lotta per il bronzo era già ridotta a tre marciatrici di cui due italiane. Sembrava che tutto stesse filando per il verso giusto, poi qualcosa si è incrinato. Rigaudo ha ricevuto due proposte di squalifica. Ha rallentato, decidendo di salvare un piazzamento ottimo per una trentacinquenne che aveva ripreso a marciare da meno di un anno. Poi ne ha ricevuta una anche Giorgi. E a quel punto Olyanovska, che non aveva nessuna voglia di giocarsela in volata con l’italiana più giovane, ha allungato. Che la situazione non fosse simpatica lo si è capito in fretta, ma Giorgi è primatista mondiale sui 5.000 metri di marcia. Si poteva ancora sperare in una progressione finale, anche se la smorfia dell’azzurra non era molto rassicurante.

Per rallegrarsi e distrarsi un po’ si poteva allora andare a vedere il salto in alto maschile, con Gianmarco Tamberi e Marco Fassinotti pronti a mostrare l’esistenza del pianeta Italia al pubblico del Nido d’Uccello. E proprio sulla pedana che è iniziato il tracollo definitivo. Un tracollo veloce e doloroso. Su un salto di riscaldamento, Fassinotti ha evitato all’ultimo l’impatto con l’asticella. Poi è tornato alla rincorsa, zoppicando. Ha aspettato il suo turno e ha riprovato a saltare, ma niente: il dolore al piede non è diminuito. Rischiare di farsi male sul serio, un anno prima di Rio, non era una scelta saggia. “Le persone intelligenti prendono decisioni intelligenti” ha sintetizzato lui ai microfoni Rai, visibilmente amareggiato ma composto, dopo aver raccolto le sue cose e abbandonato la pedana senza nemmeno iniziare la gara. Negli stessi istanti, Rigaudo è stata squalificata dalla marcia. Aveva rallentato per poter arrivare in fondo, non è servito. Qualche minuto dopo è stata squalificata anche Giorgi. Fine delle speranze di medaglia e dimezzamento dei sogni di gloria nell’alto, tutto in pochi giri di lancette.

Difficile rimproverare qualcosa alle due. Ci hanno provato, sono state in corsa per più di tre quarti di gara, è andata male. Se si vedessero condotte del genere tutti i giorni, l’atletica italiana non sarebbe nelle condizioni disastrose mostrate a Pechino. Giorgi ha provato a forzare ed è stata punita, cose che capitano. Sono rischi accettabili quando ci si gioca qualcosa di importante. Più discutibile la squalifica di Rigaudo, che non sembrava marciare male e non era mai stata squalificata in tutta la sua carriera. Proprio la veterana è la più inconsolabile: “E’ da più o meno vent’anni che marcio e non sono mai riuscita a cambiare la mia metodologia di marcia. Non credo di averla cambiata oggi dopo vent’anni. Devo capire che cos’è successo. Devo andare a Rio con la consapevolezza che posso stare davanti, non posso avere paura dei giudici”.

Tra chi arriva in fondo vincono le due donne in testa dal primo all’ultimo metro. Hong Liu e Xiuzhi Lu attraversano il traguardo in parata, secondo rigido ordine gerarchico, senza nemmeno far finta di giocarsi la volata. Non il momento più edificante di tutta la gara. Sandro Damilano, allenatore della nazionale cinese, abbozza e incassa la doppietta nello stesso stadio dove, sette anni fa, il suo atleta Alex Schwazer vinse l’oro olimpico. Terza chiude l’ucraina Olyanovska, quarta la portoghese Ana Cabecinha che è entrata nello stadio con la bandiera al collo.

Mentre la spedizione si inabissava, dal vascello sono state calate le ultime due scialuppe. La prima è giunta in porto ed è quella di Antonella Palmisano, la terza marciatrice azzurra. Era la meno attesa del trio, non aveva i titoli di Rigaudo né le potenzialità di Giorgi. Stava poco bene, era in forse da settimane. Ma è partita lo stesso, prudentemente per non rischiare di doversi fermare subito. Poi ha cominciato a ingranare e a recuperare quelle che le stavano davanti. E non si è più fermata. Quindicesima al quinto chilometro, dodicesima a metà gara, settima all’imbocco dell’ultimo quarto, alla fine meravigliosa quinta. Sul traguardo ha agitato il pugno in aria. Ha fatto una prestazione maiuscola, difficilmente pronosticabile anche se fosse arrivata a Pechino al massimo della forma. Non lo era, si trascinava i problemi da un po’. Ma ha stretto i denti e per ora è la migliore di questo Mondiale insieme a Pertile. Per lui si è trattato del coronamento di una carriera, per lei potrebbe essere il trampolino di lancio. Dopo il traguardo è scoppiata in lacrime, sfogando contemporaneamente gioia, tensione e stanchezza. “Ho passato tutti i giorni qui a fare infiltrazioni mattina e sera. Sapevo che avrei potuto fermarmi al secondo chilometro, non pensavo di riuscire a finire.” Non verrà celebrata, in una giornata che è quella della quasi definitiva sconfitta per le speranze di entrare nel medagliere. Ma può tornare a casa contenta, sapendo di aver scritto una bella pagina di carriera.

L’altra scialuppa è ancora in alto mare e, a giudicare da chi la guida, deve starci pure molto bene. Gianmarco Tamberi, il più giovane dei due saltatori azzurri partiti per Pechino con l’idea di puntare al podio, ha visto Fassinotti infortunarsi. Poi si è tolto la tuta e ha iniziato a saltare. E dopo ogni salto riuscito mimava un inchino, un gesto di ringraziamento, un assolo di chitarra. È salito facile a 2,17 e ha replicato a 2,22. A 2,26 ha fatto ballare l’asticella. Quella del 2,29 sta ancora tremando. Ma il salto decisivo è stato quello. La qualificazione diretta era a 2,31 metri, misura che lui ha sbagliato tre volte, ma arrivare senza errori fino a quel punto significava ipotecare l’accesso. Ha raggiunto l’obiettivo minimo e ha già promesso che si raserà mezza barba, come fa di solito per le occasioni importanti. Per le medaglie, barba o meno, dovrà cambiare decisamente marcia. La misura che lui ha sbagliato tre volte è stata saltata da nove atleti diversi, segno che per finire tra i primi bisognerà salire molto in alto. Il Tamberi di stamattina non è sembrato in grande spolvero, ma finora è l’unico azzurro che è riuscito ad agguantare la finale in una delle discipline da stadio. La speranza è che gli riesca di tornare ai livelli da record italiano di qualche settimana fa. Per regalare all’atletica italiana un timido sorriso, l’ultimo prima della fine di questi sciagurati Mondiali.

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