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Ancora guai per le discoteche. Stavolta la stretta arriva dalla Cassazione: il gestore che viola reiteratamente le misure di sicurezza, nel caso di specie lo sforamento del numero massimo di capienza del locale, non può accedere ai benefici sulla tenuità del fatto in caso di condanna. Lo ha stabilito la suprema Corte, rigettando il ricorso del gestore di una discoteca milanese, il Nephenta, condannato a sei giorni di arresto e una multa di 70 euro per lo sforamento del numero, e ad altri nove giorni di arresto e 105 euro di multa (pena estinta per prescrizione) per non aver mantenuto libere le vie di fuga e più in generale un cattivo stato delle misure di sicurezza.

Nessuno sconto ai gestori “recidivi”

Nulla da fare, quindi, per la richiesta del gestore del Nephenta di applicazione della legge sulla “particolare tenuità del fatto”, entrata in vigore da pochi mesi. In proposito i supremi giudici ricordano che questo «beneficio è senz’altro applicabile in Cassazione, ma per quanto riguarda il proprietario ne escludono la «applicabilità». A questa decisione gli “ermellini” sono arrivati rilevando che, per quanto riguarda l’aver consentito l’eccesso di presenze, «l’imputato non risulta condannato alla pena minima edittale, il che significa che l’apprezzamento delle caratteristiche specifiche della vicenda ha giustificato la punizione a tale soglia superiore». Per quanto riguarda invece l’aver omesso la buona praticabilità delle uscite d’emergenza e la loro efficienza, la Cassazione – confermando il no al beneficio della tenuità – rileva che «le condotte antigiuridiche ascritte al proprietario della discoteca risultano essere state plurime e reiterate nel tempo», anche se riscontrate in due soli controlli avvenuti la sera del 6 febbraio e del 17 aprile 2010, quando fu accertato che erano state fatte entrare 83 persone in più della capienza, durante il primo controllo, e 49 durante il secondo. Dunque, bastano anche solo due episodi di contravvenzione alle norme sulla sicurezza dei locali, commessi a distanza l’uno dall’altro, per escludere «la causa di estinzione dalla pena» configurando in tal modo «una espressa condizione ostativa all’ammissione al beneficio».

In Riviera si inaspriscono i controlli

Una decisione che sembra riflettere il clima decisamente ostile che negli ultimi giorni si respira intorno agli ambienti della movida notturna italiana, soprattutto della Riviera romagnola. Nella scorsa nottata è stato ancora il Cocoricò a finire nel mirino, con l’intervento dei carabinieri che sono entrati in azione nella discoteca “Villa Delle Rose” di Misano, per un blitz antidroga. L’occasione è stata la serata “Villa-Titilla”, organizzata in collaborazione con il locale chiuso la scorsa domenica, dove i militari hanno scoperto, dopo accurati controlli nei parcheggi e tra i ragazzi in fila per accedere alla festa, alcuni involucri di sostanze stupefacenti nascosti sotto le ruote delle auto. Durante l’operazione di ieri i militari sono entrati anche in altri 20 locali tra discoteche e pub. E in ogni locale hanno dovuto verbalizzare contravvenzioni per somministrazioni di alcol oltre l’orario consentito, o denunciare per vendita di hot drink a minorenni. Il titolare di un pub e quello di un minimarket, aperto quasi tutta la notte proprio di fronte al Marano, zona dei locali sulla spiaggia, sono stati denunciati per aver venduto alcolici a ragazzini di età inferiore ai 16 anni. Oltre 80 mila euro le multe totali, 6000 euro quelle più salate.

Bonaccini:«Chiuderle è inutile»

Tutti accadimenti che ovviamente finiscono per infiammare ulteriormente il dibattito pubblico sull’argomento, particolarmente aspro dopo la decisione da parte del questore di Rimini Maurizio Improta di chiudere il Cocoricò. Sul tema è intervenuto anche il presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, che ha bocciato senza mezzi termini il provvedimento. «Non ci possono essere zone franche, ma chi pensa che si risolva il problema solo chiudendo un locale credo che non faccia i conti con la realtà – spiega il presidente, mentre è impegnato a inaugurare lo spazio Emilia a Expo – se c’erano le condizioni e le misure per doverlo chiudere – ha aggiunto – certamente ha fatto bene chi è andato in quella direzione, ma – ha concluso – non è certo con la chiusura di una discoteca in quanto tale che risolviamo un problema più grande che riguarda anche l’educazione dei nostri figli e nipoti». Dal padre di Emanuele Ghidini, il giovane morto a soli 16 anni nel novembre del 2013 gettandosi nelle acque di un fiume sotto l’effetto di una dose di droga sintetica, arriva invece l’invito al questore di riaprire il Cocoricò. «Creiamo dei momenti durante la nottata in cui per 20 minuti si spegne la musica e qualcuno ricorda ai ragazzi i rischi dello sballo e la bellezza – ha detto Gianpietro Ghidini – mio figlio quella sera non era in discoteca, ma il luogo dello sballo era una casa privata». Per il padre bresciano «il problema dei giovani non è tanto la discoteca, ma le tematiche complesse che li stanno portando a cercare lo sballo come unica modalità di divertimento». Ghidini propone al questore di Rimini, attraverso una lettera aperta pubblicata sulla pagina Facebook della fondazione Pesciolino rosso creata dopo la morte del figlio, di riaprire il Cocoricò. «Mi rendo disponibile ogni sera a parlare con i ragazzi – scrive Ghidini – Facciamo questa prova, potremmo avere testimonianze “forti” di giovani e adulti che mi affiancherebbero in questa missione».

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