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Che l’Italia non sia un paese per giovani è cosa nota. Tutti i settori della società sono occupati ai vertici da una gerontocrazia che sembra non voler lasciare spazio, con una difficoltà enorme da parte dei giovani ad affermarsi. E nel calcio non poteva essere diversamente. L’Italia, infatti, è all’ultimo posto per la quota dei calciatori provenienti dalle giovanili dei propri club di appartenenza con solo l’8,4%, come evidenzia il “Report Calcio 2015″ della Figc. Un dato che fa il paio con altre due tendenze eloquenti: la serie A italiana è al primo posto in Europa per età media dei calciatori 27,3 anni (contro i 25,6 della Germania) ed è al terzo per percentuale di calciatori stranieri 54,1%, superata soltanto da Cipro e Inghilterra (Spagna e Germania sono intorno al 40%).

Luigi Piangerelli, direttore sportivo del settore giovanile del Cesena
Luigi Piangerelli, direttore sportivo del settore giovanile del Cesena

Dati che si ripercuotono impietosamente anche sulla nazionale azzurra, che mostra difficoltà enormi a rinnovarsi. Soprattutto in un reparto fondamentale come l’attacco, dove ultimamente i talenti latinano o se ci sono, per qualche motivo, non sono all’altezza (leggi Mario Balotelli). Ma cosa ne pensano gli addetti ai lavori? Lo abbiamo chiesto a Luigi Piangerelli, direttore sportivo del settore giovanile del Cesena Calcio ed ex calciatore di Lecce e Fiorentina«Se negli ultimi tempi il Cesena riesce a galleggiare tra la A e la B lo dobbiamo al nostro settore giovanile – spiega l’ex centrocampista – noi non abbiamo nessun mecenate che ci mantiene e quindi dobbiamo necessariamente tirare fuori i giocatori dal vivaio». E sono tanti i talenti provenienti dalla “cantera” della squadra romagnola: gente come Ruggiero Rizzitelli, Sebastiano Rossi, Massimo Ambrosini e più di recente il talentuoso regista Stefano Sensi, il mediano del Sassuolo Davide Biondini, l’ex Juventus Emanuele Giaccherini e i romagnoli doc Andrea Tabanelli e Nico Pulzetti. Ma al di là dei dati, cosa non funziona nei vivai del Belpaese? «Purtroppo siamo invasi da giocatori stranieri, sono tantissimi – allarga le braccia Piangerelli – oggi in serie A il numero dei calciatori non italiani ha superato quello dei giovani di casa nostra. Bisogna ridurre la quota degli stranieri tesserabili e puntare maggiormente sulla qualità. Purtroppo anche nelle primavere e negli allievi ormai c’è un’inflazione di giovani provenienti da tutte le parti del mondo». 

sensi cesena
Stefano Sensi, uno degli ultimi gioielli della “cantera” cesenate

Ma Piangerelli punta il dito anche contro l’ipocrisia dei dirigenti del mondo del pallone, riprendendo argomenti che rimandano alla mente il caso di Joseph Minala, il giocatore della Lazio accusato da più parti di non avere gli anni dichiarati nei documenti. «C’è anche il problema della reale età dei giocatori stranieri: spesso si prendono ragazzi più grandi, solo per vincere qualche torneo in più – attacca l’ex giocatore del Lecce – e tutti fanno finta di niente». Ma la colpa non può essere solo della massiccia presenza di stranieri. Se la serie A ha un’età media altissima è segno anche di una perenne difficoltà a credere nei talenti emergenti. Ma è una paura di “bruciarli” o semplicemente scarsa fiducia? «C’è poco coraggio – conferma Piangerelli – è soprattutto un problema di mentalità. Non c’è pazienza, perché da un ragazzo bisogna anche aspettarsi qualche errore in più, rispetto al giocatore più esperto». 

Che fare allora? I dirigenti delle squadre di serie A nelle interviste si riempiono la bocca di promesse di investimenti a favore delle nostre “cantere”, ma poi in concreto sono poche le squadre che spendono sui settori giovanili. «Occorre aggiornarsi, investire in infrastrutture, sugli stadi e ovviamente sui vivai. E’ chiaro che sono spese che vanno fatte in un’ottica di lungo periodo, ma si deve avere il coraggio e la volontà di pianificare».